Sovraindebitamento ed usura soggettiva

Il salvataggio delle banche a discapito degli investitori riaccende la polemica

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Il recente salvataggio degli istituti bancari Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara, Banca d’Etruria e Cassa di Risparmio di Chieti, attraverso l’applicazione del “decreto salva banche” ha sollevato diverse polemiche. Anche se la normativa europea prevede l’azzeramento del valore delle obbligazioni subordinate in caso di rischio fallimento di una banca, quindi legittima la correttezza del decreto, recenti dichiarazioni di correntisti delle quattro banche locali hanno rivelato che in diverse occasioni i dirigenti e i direttori degli istituti hanno vincolato il rilascio di finanziamenti, l’accensione di mutui e addirittura i convalidamenti dei fidi, alla sottoscrizione di obbligazioni subordinate.

Lo scenario che si definisce porta direttamente al sovraindebitamento dei privati e dei piccoli imprenditori e all’usura soggettiva applicata dalle banche.

Il sovraindebitamento è una condizione nella quale un soggetto è impossibilitato, a causa delle scarse forze economiche, di far fronte a tutti i debiti presi in carico, definita dalla legge come “una situazione di perdurare squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio liquidabile per farvi fronte”.

Nel caso sopracitato è ovvio che le pressioni all’acquisto di obbligazioni subordinate hanno portato diversi soggetti a perdere ulteriore liquidità che sarebbe servita a far fronte alle proprie posizioni debitorie, che, anche a causa della crisi globale, oggi crescono in maniera esponenziale. Di fatto la banca spinge il correntista privato o l’imprenditore verso uno stato economico e finanziario debitorio che matematicamente non può sostenere.

Anche se i debiti contratti con la banca, presi singolarmente, non superano a livello di interessi i limiti imposti dalla legge, portare il debitore a investire liquidità in obbligazioni ad alto rischio mette in crisi la sua oggettiva capacità di rimborso. Il complesso dei costi palesa inevitabilmente la conclusione che ci si può trovare davanti ad un caso di usura soggettiva.

L’usura soggettiva, al contrario di quella oggettiva, si verifica anche quando i tassi di interesse applicati sono entro i limiti di legge, in quanto si basa sull’effettiva capacità economica di un soggetto di far fronte ad un determinato debito e, di conseguenza, tiene conto anche dei redditi e della rischiosità degli investimenti. Quando queste due variabili sono in sproporzione, l’usura è conclamata.

La legge n.3 del 27 gennaio 2012, chiamata “legge del sovraindebitamento”, permette a tutti i soggetti che sono esclusi dal rischio fallimentare di uscire dalla morsa del sovraindebitamento.

In base a questa legge il debitore, una volta provato il proprio stato di impossibilità di estinzione totale del debito, può rivolgersi, tramite un professionista abilitato, ad un Giudice, il quale decide se il piano di rientro da proporre ai creditori è proporzionato alle effettive possibilità e capacità del soggetto richiedente, e ne impone l’accettazione e allo stesso tempo il rispetto dei nuovi impegni presi, o, in alternativa, stabilisce un piano di liquidazione basato sui beni pignorabili del debitore. In ogni caso il soggetto viene esdebitato dai debiti residui ai quali non riesce a far fronte. Un caso emblematico, primo verificato in Italia, è quello del Tribunale di Varese, dove il Giudice ha concesso ad una donna cassaintegrata la decurtazione di una cartella di Equitalia da 86.000,00 euro a 11.000,00, basandosi sulle possibilità reali del redditto della stessa.

L’aspetto principale e la peculiarità di questa legge è che il piano di rientro o di liquidazione da parte del debitore non si basa più sulla convenienza per il creditore ma bensì sulla fattibilità economica di chi deve far fronte al debito.

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